Si può creare un logo con l’intelligenza artificiale?
Tecnicamente sì: in pochi minuti l’AI genera un’immagine che assomiglia a un logo. A quell’immagine, però, mancano quattro cose per diventare un logo vero: il file vettoriale, la garanzia di unicità, la tutela legale e la strategia che lega il segno alla tua azienda. Te lo spiego con calma, partendo da una confessione.
Prima di tutto: io l’AI la volevo odiare
Quando gli strumenti per generare immagini sono diventati accessibili a tutti, la mia prima reazione è stata rifiutarli. In blocco. Faccio questo lavoro da 25 anni, ho iniziato come junior in un’azienda cosmetica di Milano quando le interazioni si facevano ancora al pub, e l’idea che una macchina disegnasse al posto mio mi dava fastidio. Poi ho fatto quello che faccio sempre quando una cosa mi spaventa: sono andata a studiarla. Ore di formazione con una delle maggiori esperte di AI generativa in Italia, prove, errori, altri errori.
Risultato: oggi l’AI la uso ogni settimana. Genero immagini su misura per i materiali dei brand che seguo quando le foto stock mancano o si somigliano tutte, un esempio sono le copertine del catalogo di Ethic Nutraceutici, gli sfondi per il packaging della linea Ethic Sport, le immagini per il sito di energia punto zero per siti di altri progetti.
Quindi quando ti dico che per il logo l’AI si ferma, te lo dice una che questi strumenti li apprezza e li paga. Vediamo perché.
Cosa produce l’AI quando le chiedi un logo
Un’immagine. A volte anche gradevole. Un logo professionale, invece, è un sistema: il segno più le sue varianti (orizzontale, verticale, solo pittogramma, versione in bianco e nero), la palette con i codici esatti per stampa e digitale, i font, le regole d’uso. Tutto in formato vettoriale, cioè un file che si ingrandisce dall’etichetta al cartellone senza perdere qualità.
L’immagine generata, di solito, è un file fisso: la ingrandisci e si sgrana. Mi è capitato di riceverne una da un cliente, entusiasta, con la richiesta di “metterla sull’insegna”. Ho dovuto spiegargli che per l’insegna serviva ridisegnare tutto da capo in vettoriale, e a quel punto tanto valeva progettarlo bene. Lo strumento fa quello per cui è nato: generare immagini. Il sistema del logo è un altro mestiere.
Il logo fatto con l’AI è davvero tuo?
Qui viene la parte che quasi nessuno racconta. I sistemi generativi imparano da milioni di immagini esistenti e producono risultati simili per richieste simili: la stessa descrizione, scritta da un tuo concorrente, può generare un segno pericolosamente vicino al tuo. Nessuno strumento ti garantisce che quel logo stia lontano dai marchi già registrati.
C’è poi il diritto d’autore: le opere generate senza un apporto creativo umano sostanziale, in linea generale, godono di una protezione debole. Tradotto: rischi di costruire la tua immagine su un segno che fai fatica a difendere e che, nel caso peggiore, viola i diritti di qualcun altro.
Su cosa succede quando il logo che usi appartiene ad altri, leggi la storia di Luca, il dermatologo: lui il logo l’aveva preso da Pinterest, e il finale, lettera dell’avvocato, insegna da rimuovere, immagine da rifare da capo, pazienti confusi, vale identico per un segno generato che somiglia troppo a un marchio esistente. Cambiare lo strumento lascia il problema dov’era.
Le domande che l’AI non ti fa
Il valore di un logo si decide prima del disegno. Quando inizio un progetto, il cliente compila il mio workbook, un vero libro di esercizi, e poi ne parliamo a fondo: chi sei, cosa ti distingue, a chi parli, dove vuoi arrivare, com’è messo il tuo mercato. Ci sono clienti che mi hanno detto che compilarlo è stato il primo momento in cui hanno davvero messo a fuoco la propria attività. Il segno nasce da lì, ed è per questo che regge per anni e su ogni materiale.
L’AI esegue la richiesta che le fai, senza chiederti perché. Nessuno ti avvisa che nel tuo settore quel codice visivo è saturo, nessuno ti ferma quando l’idea è bella ma parla al pubblico sbagliato. A me capita di dire dei “no” ai miei clienti, motivati, e qualche volta poco graditi sul momento. Anni dopo sono i “no” che mi ringraziano di più. Se ti interessa questa parte del lavoro, l’ho raccontata in cosa fa un brand designer.
Quando l’AI basta e quando serve un designer
“Ma con l’AI il logo è gratis”: facciamo i conti giusti
Il paragone onesto è un altro: quanto costa rifare tutto?
Il percorso tipico del logo improvvisato lo conosco a memoria, perché tanti clienti arrivano da me al secondo giro: si parte con l’immagine generata, si stampano biglietti, insegna e materiali, e dopo un anno o due, quando l’azienda cresce, o arriva la contestazione, o quel segno mostra i suoi limiti, si ricomincia da capo, pagando due volte. Il logo professionale costa di più il primo giorno e molto meno negli anni.
E poi c’è il tempo, che gratis non è mai. L’AI raramente fa quello che hai in mente al primo colpo: va guidata, e per guidarla devi sapere cosa chiedere e come. Lo dico per esperienza diretta, perché la uso ogni settimana: dietro un’immagine che funziona ci sono decine di tentativi, richieste riscritte, dettagli da correggere. Ore. Solo che io quelle ore le passo dentro un progetto che so dove sta andando; un imprenditore le toglie alla sua azienda, per inseguire un risultato che vede in testa ma che sullo schermo continua a venire diverso.
Come uso io l’AI nei progetti di brand
Nel mio flusso di lavoro l’AI ha un posto preciso, anzi più d’uno.
Il primo è la generazione di immagini su misura quando le foto stock mancano o si somigliano tutte: sfondi per packaging, copertine di cataloghi, visual per siti e social.
Il secondo sono i mockup: ambientare un logo su un’insegna, una vetrina o una divisa prima ancora che esistano aiuta il cliente a vedere il progetto nella realtà, e a decidere meglio.
Poi ci sono i ritocchi tecnici che una volta portavano via ore: estendere lo sfondo di una foto quando le proporzioni del formato sono diverse da quelle dello scatto, la classica immagine orizzontale che deve diventare verticale per una storia o pulire un dettaglio che disturba.
E c’è il brainstorming: nelle prime fasi di un progetto la uso per esplorare direzioni visive, buttare fuori suggestioni, scartare in fretta le strade che non funzionano. Una specie di collega instancabile con cui ragionare, che però le decisioni le lascia a me.
Tutto questo, sempre dentro un progetto guidato da me e coerente con l’identità del brand: l’AI resta uno strumento nelle mani del progetto.
Per il logo e l’identità visiva il lavoro rimane artigianale: ricerca, strategia, disegno, verifiche. Su quella parte, in 25 anni, di scorciatoie che reggono davvero io ancora devo vederne una.
Domande frequenti

SILVIA PELUCCHI
Brand e Visual designer
Grafica in abbonamento per business ambiziosi e aziende che vogliono comunicare seriamente.
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